Non si può non rimanere affascinati al pensiero che il cane è compagno dell’uomo e testimone della storia, da un tempo così remoto da essere inimmaginabile.
L’antenato ancestrale canino a tutti i mammiferi carnivori è il gruppo dei Miacidi, comparso sulla terra 65 milioni di anni fa. Il cane vero e proprio compare sul pianeta molti e molti millenni dopo e gli studiosi di Paleontologia riconoscono vari ceppi originari da cui si sarebbero sviluppate le diverse morfologie che distinguono i cani moderni.

Ovviamente l’avo dell’Alano va ricercato nel ceppo primitivo progenitore di tutti i cani di grande mole e di molossi in genere. Tradizionalmente si dice che la prima immagine conosciuta che richiama la morfologia dell’Alano, sia quella rinvenuta su una tomba egizia del 3000 a.C.; si tratta certamente di un cane di grande mole e dal mantello arlecchino, ma il suo aspetto ricorda certamente di più l’odierno Cane dei Faraoni dall’insolito mantello pezzato.
Del resto non vi è alcuna testimonianza che faccia pensare che gli Egizi abbiano curato l’allevamento di cani “tipo mastino”. Altrettanto affascinante, ma certamente assai forzato, è il riconoscimento di un “simil-alano” in un passo di letteratura cinese del 1121 a.C.. Non vi sono dubbi, invece, sul fatto che i popoli medio-orientali allevassero e tenessero in gran considerazione cani molto grandi, robusti e possenti, con testa pesante, orecchie pendenti e il labbro abbondante.
Il re macedone Selenco I, come ci testimonia il Siber, ne possedeva di magnifici esemplari e i suoi ambasciatori ne facevano dono ai re dei popoli alleati.
I più illustri cinologi sono generalmente concordi nel riconoscere quale antenato ancestrale di tutti i molossoidi e delle razze con essi imparentati, il Mastino del Tibet. Zoologi di fama quali Keller (1903) e Tschudy di Basilea (1926) ipottizzano che i Fenici diffusero in Europa, spingendosi fino alle coste della odierna Francia e Inghilterra, i loro cani usati anche come merce di scambio. Questi cani di origine indo-europea avrebbero contribuito alla nascita del Canis familiaris decumanus, universalmente riconosciuto come il diretto ascendente dei Mastini europei, usati a quel tempo, e per molti secoli seguenti, per la caccia al cinghiale e per la lotta contro gli orsi e i tori, ossia il progenitore della forma medioevale tedesca del cane da presa, detto Saupaker (acchiappascrofe).
Un altra ipotesi concorda nell’origine indo-europea, ma ritiene che fu il bellicoso popolo degli Alani a diffondere i loro grandi e forti cani da presa durante le loro campagne di conquista. Nelle seconda metà del V secolo gli Alani furono sottomessi dagli Unni e attraverso grandi migrazioni, i discendenti di questi popoli e dei loro cani, giunsero in ogni regione d’Europa.
È comunque evidente che i popoli antichi abbiano allevato cani da presa di grande mole, aggressivi e potenti. Anche i Romani li tennero in gran conto al punto da importarne, dopo la conquista della regione della Britannia. Addirittura venne istituita la figura del Procurator Cynologie, un ufficiale romano che, avendo la sua sede a Winchester detta “la città dei cani”, aveva il compito di scegliere i soggetti migliori per mandarli a Roma.

Nel Medioevo questi potenti molossi venivano allevati principalmente con due funzioni: la guerra e la caccia. I cani da guerra dovevano essere dotati di straordinario coraggio e ferocia per affrontare il nemico in battaglia, armati di corazze armate con lance e punte affilate. I cani da caccia dovevano avere la forza di attaccare e uccidere orsi e cinghiali, dopo averli scovati e raggiunti. Dunque velocità e scatto erano doti che non potevano loro mancare e per ottenerle è evidentemente più adatta una struttura longilinea e abbastanza leggera. Non sono pochi i cinologi che ipotizzano che, per ottenere il cacciatore ideale, potente e pur veloce, forte nonchè scattante, furono incrociati mastini e levrieri.
Fu nei secoli XII e XIII che, secondo lo zoologo Brehm, ebbe origine da tali accoppiamenti l’Alano medioevale.
Al contrario, Dhers (1956) scatta questa ipotesi, sostenendo che l’Alano moderno non possiede nessuna caratteristica proria dei Graioidi (levrieri). Testimonianza fondamentale resta comunque l’opera “Miroir” (XVI) di Gaston Conte di La Foix, detto Phoebus, dove descrive i cani che componevano le mute per la caccia al cinghiale, chiamandoli “alaunt vautrait”. Gli stessi cani sono addirittura raffigurati in un altro tomo del Phoebus, “Livre de Chasse” del 1387, incofutabilmente l’immagine può essere avvicinata solo all’Alano. Del resto non sono poche le testimonianze iconografiche del tempo, dipinti, arazzi e gobelin, riproducenti scene di caccia dove questo tipo di cane è il protagonista. Va notato che le orecchie sono tagliate cortissime, evidentemente per non offrire un appiglio alla preda.
Vi sono autori che tentano di attribuire al progenitore dell’Alano, una patria di origine sin dal XV secolo. Essi mettono in evidenza che, a quel tempo, il cane da muta più simile all’Alano, veniva ricercato dai nobili inglesi. Del resto va notato che tra i cani giganti l’unico ad avere una pur vaga rassommiglianza con l’Alano è il Mastiff, ossia il Mastino Inglese. Curiosamente Angelo Vecchio nel suo libro sulle razze canine del 1912, chiama grande danese l’Alano e ritiene sinonimo di Mastiff il nome Alano. Nè sono rare le stampe ottocentesche inglesi che rappresentano una sorta di mastino leggero denominato appunto Alano, termine del tutto inesistente nella attuale nomenclatura delle razze in Gran Bretagna.

 

 

Tornando alle nostre mute, va sottilineato come fosse uso tra i regnanti dei vari Paesi scambiarsi i migliori cani, considerati dono prezioso e ricercato. In qualche modo, perciò, comincia l’inconsapevole scambio delle migliori “linee di sangue”. Nei secoli XVII e XVIII troviamo in Germania un cane sempre più simile al nostro Alano e veniamo a sapere da scritti dell epoca, che nel nord del Paese era preferito un tipo più massiccio e pesante, mentre al sud un tipo più elegante e veloce.
Piano piano ci avviciniamo ad un epoca in cui si pratica una vera selezione, cercando di produrre cani di razza, dotati di carattesristiche morfologiche caratteriali e di conseguenza funzionali ben precise e riproducibili di generazione in genrazione. Non per nulla nel 1770 il naturalista Buffon compilò la “Table de l’Orde des Chiens”, ricca di illustrazioni tra cui fa bella mostra di sè un
vero Alano arlecchino. Altrettanto inconfutabilmente è un Alano arlecchino quello rappresentato in un trattato inglese dell illustre naturalista Carlo Linneo (1707-1778).
Dunque si può dire che l’Europa Centrale e in particolare i Paesi Sassoni, sono stati la culla del nostro Alano. Meraviglia notare che non vi è alcuna testimonianza che faccia supporre che un cane simile all’Alano sia stato particolarmente apprezzato o ricercato in Danimarca, come invece potrebbe far supporre il nome “Danese” usato in Italia per indicare l’Alano fulvo e il termine “Great Dane” con cui chiamano la razza le nazioni di lingua inglese.

Simpatica, ma certo poco scientifica è la spiegazione che ne da il Conte di Bjlandt nel suo straordinario libro “Races de Chiens” (1897): suppone infatti che il nome sia stato suggerito dall’aspetto dell Alano fulvo, alto e biondo come il prototipo del popolo danese.
Nel 1880, in occasione dell Esposizione di Berlino, si riunì, sotto la presidenza del Dott. Bodinus, una commissione di giudici che stabilì le caratteristiche della razza. Nel 1891 venne redatto il primo standard ed è questa la data ufficiale della nascita di una razza tanto antica da non poterne realmente definirne l’origine …

 

 

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